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3.1
Premessa
Il contenuto di questo paragrafo
sarà ricavato dall'esame dei risultati dei Censimenti degli
anni 1981 e 1991 relativi la Popolazione e le Abitazioni,
l'Industria ed i Servizi e l'Agricoltura, quest’ultimo
riferito agli anni 1982-1990.
Le indicazioni che scaturiscono dai
Censimenti sono state verificate e approfondite nel corso di
una serie di interviste guidate e di lettura intorno ai
fattori e fenomeni in gioco, da cui si è anche ricavata la
convinzione che le tendenze in atto negli anni 90-98
continuano grosso modo ad agire senza variazioni rilevanti,
nella quantità e qualità, rispetto al periodo a cui fanno
riferimento i dati censuari studiati.
3.2
Gli andamenti demografici
(Tav. 1)
Come
indicato dalla tavola 1, nei dieci anni intercorsi fra il
1981 ed il 1991, l'area del PAL dei Nebrodi ha perso
complessivamente il 5,97% della sua popolazione, passando da
65.802 a 61.872 abitanti, con una forte maggioranza di
femmine rispetto ai maschi accentuatasi nel decennio.
In generale ci troviamo di fronte
ad un'area che, allo stato attuale, non offre prospettive
valide alla sua popolazione che sceglie, in alcuni casi
decisamente, ed in altri moderatamente, la via
dell'emigrazione. Questo è il risultato di fondo dei dati
sul movimento demografico.
3.3
I livelli di istruzione
(Tavv. 2-3-4)
Dal 1981 al 1991 si è potuto verificare un sensibile
miglioramento nella distribuzione della popolazione per
livelli d’istruzione. Dall'osservazione della tavola 4
appare infatti che gli alfabeti privi di titolo di studio
(quasi sempre semi analfabeti di ritorno) e gli analfabeti
si sono fortemente ridotti e ancor più, in particolare, nei
Comuni sul mare.
Di conseguenza nel 1991 è
aumentata, percentualmente rispetto al proprio totale ed in
termini assoluti nei confronti del 1981, la popolazione in
possesso di un titolo di studio. Le percentuali dei
diplomati e dei laureati anche si presentano ancora nel 1991
molto basse rispetto alla media nazionale. Anche in questo
caso risultano nettamente migliori gli andamenti registrati
nei "Comuni sul mare".
Certamente, queste percentuali sono
in miglioramento continuo e si può ipotizzare che entro
pochi anni gli analfabeti scompariranno ed aumenteranno
ancora i laureati e i diplomati, il cui problema potrà
essere il collocamento nel mercato del lavoro ed il
miglioramento professionale.
3.4 Gli andamenti
della popolazione attiva
3.4.1 Per sesso e per
Comune (Tavv. 5 -
6
- 7 -
8)
Il quadro generale di tali
andamenti è chiaramente rilevabile dalle tavole 7 e
8.
La tavola 7
indica che il numero
complessivo degli attivi è pari nel 1981 al 35,8% della
popolazione e nel 1991 al 38,8%. Questa crescita percentuale
deriva da una doppia variazione: aumentano gli uomini (46,8%
nel 1981, 48,6% nel 1991) e ancora di più le donne (25,6%
nel 1981, 29,8% nel 1991) anche se la loro quota percentuale
sugli uomini resta di gran lunga inferiore: ben il 70,1%
delle donne è inattivo ancora nel 1991.
E' interessante notare che
l'incremento della popolazione attiva è dovuto
prevalentemente alla crescita numerica delle persone in
cerca di prima occupazione.
In generale si verifica una
maggiore attenzione ai problemi del lavoro, soprattutto per
le donne, che genera una loro più attiva ricerca di
occupazione.
Tuttavia, la percentuale
degli occupati è ancora troppo bassa (26,6% nel 1991) per
garantire redditi soddisfacenti per tutte le famiglie.
3.4.2 Per condizione
professionale (Tavv. 9
- 10)
Le tavole 9 e
10 sono interessanti
poiché danno un quadro complessivo della distribuzione
della popolazione per condizione professionale (intendendo
per persone in condizione professionale l'insieme degli
occupati più i disoccupati escludendo, quindi, quelli in
cerca di prima occupazione).
Se si osserva la tavola 10 (anno
1991) si nota che il ramo di attività che concentra il
maggior numero di persone in condizione professionale è
l'agricoltura, seguito dalla Pubblica Amministrazione e
servizi, dalle costruzioni, dal commercio e alberghi, e,
infine, dall'industria manifatturiera .
Rispetto al 1981, inoltre, si
verifica un netto calo delle persone in condizione
professionale dell'agricoltura e dell'industria
manifatturiera, mentre, al contrario, crescono sensibilmente
P.A. e servizi, credito e assicurazioni, commercio: anche
nei 16 Comuni interessati dal P.A.L. dei Nebrodi, l'economia
tende a terziarizzarsi velocemente.
Questo fatto si riscontra anche per
Comune. Si verifica, infatti, che i Comuni a più alto tasso
di persone in condizione professionale in agricoltura nel
1981 sono quelli che perdono maggiormente in popolazione e
in attivi proprio dell'agricoltura.
3.5
Gli andamenti delle unità locali e degli addetti delle
imprese (Tavv. 15-16-17-18-19-20)
Dal confronto 1981 (tavola
15) e
1991 (tavola 16) si registra un aumento abbastanza
consistente dei totali relativi, sia alle unità locali
delle imprese, sia agli addetti.
Addetti e
unità locali 1981-1991 (elaborazione tavv. 15-16)
| |
Unità
locali |
Addetti |
|
1981 |
2.931 |
8.452 |
|
1991 |
3.469 |
10.531 |
|
Differenza
1981-1991 |
+538 |
+2.079 |
A questa crescita partecipano essenzialmente le imprese e
gli addetti delle categorie "costruzioni" (da 627
a 1.506;+ 879) e "Restanti altre" (ossia i
servizi), i cui addetti passano da 1.275 a 2.111 (+836), la
P.A. (da 710 a 1.001; + 291), la sanità e servizi sociali
(da 387 a 771; + 384), mentre le altre sezioni restano
stazionarie o perdono.
E' dunque nel terziario (come si è
già individuato per la popolazione attiva) e nelle
costruzioni che avviene l'incremento più rilevante.
I risultati della tavola 17
forniscono un quadro della distribuzione delle attività
(unità locali e addetti) nel territorio interessato dal
PAL.
All'interno di esso (tav.
16) si
verificano due importanti concentrazioni di attività,
precisamente a S. Agata di Militello (3.266 addetti) e a S.
Stefano di Camastra (1.563 addetti), cui seguono, in ordine
di grandezza per consistenza degli addetti, Acquedolci
(1.001) Mistretta (939).
Per settore si tenga presente che nella tavola 17
sono
praticamente assenti gli addetti del settore più numeroso:
l'agricoltura.
L'industria manifatturiera (D)
realizza concentrazioni (tav.
18) a S. Stefano di Camastra
(299) e a S. Agata di Militello (205). In detti Comuni si
concentra, dunque, la maggioranza degli addetti.
Non si sono verificati mutamenti di concentrazioni di unità
locali delle imprese dal 1981 al 1991, come appare dal
confronto fra le tavole 18 e
19.
Le tavole 18-19-20 forniscono un
ulteriore quadro delle industrie manifatturiere in cui sono
stati isolati due sottosettori: industrie alimentari
(pensando ad un loro peso specifico in un'area
prevalentemente agricola come quella dei Nebrodi), e la
fabbricazione di prodotti della lavorazione dei minerali non
metalliferi in riferimento ai prodotti ceramici di S.
Stefano di Camastra e Reitano.
In effetti (tavola 18) i due settori isolati coprono nel
1991 una robusta percentuale di tutti gli addetti.
Il settore DA (alimentare) è sparso su tutto il territorio
e si compone di piccole attività anche diffuse, non
specializzate e con un mercato di sbocco probabilmente
locale.
Diverso è il discorso da
effettuare su DI (industrie della fabbricazione di prodotti
della lavorazione di minerali non metalliferi): qui le
attività sono molto concentrate (S. Stefano di Camastra,
con diramazioni a Reitano).
S. Stefano è uno dei due centri
siciliani importanti per la produzione ceramica (l'altro è
Caltagirone). Va anche considerato che il settore ceramico
(DI) ha registrato sostanziosi incrementi di attività dal
1981al 1991, mostrando un aumento degli addetti e delle
imprese, indice di vivacità imprenditoriale. I livelli del
1997, da informazioni dirette, risultano analoghi a quelli
del 1991 e le imprese che hanno raggiunto dimensioni
industriali o semi-industriali sono soltanto 4-5.
Per la grandissima maggioranza
delle imprese la vendita viene effettuata in loco, ai
siciliani ed ai turisti della costa e soltanto una ristretta
minoranza di imprese riesce a sviluppare la propria attività
sul territorio nazionale e all'estero. Non si sono formati
consorzi di imprese in grado di affrontare il problema
dell'espansione commerciale.
Oltre a questo settore tipico
esistono ancora alcune attività tradizionali (produzioni
artigianali di tessuti-tappeti e lavorazioni di metalli,
giunchi, sughero ed altro) non rilevabili statisticamente.
3.6
Gli andamento della situazione abitativa e delle
"costruzioni"
(Tav. 11-14)
Questi andamenti sono rappresentati
nelle tavole 11 e
12 ed indicano un notevole miglioramento
della disponibilità di abitazioni e stanze dal 1981 al
1991, fatto tipico, per la verità, di tutta la Sicilia e di
tutta l'Italia.
Dall'esame delle tavole appare che è cresciuto il numero di
abitazioni e soprattutto delle stanze.
Il risultato di questo
considerevole sforzo costruttivo è riscontrabile anche in
termini di addetti alle costruzioni (settore F - tavv. 15-16).
E' ben noto, d'altra parte, che
proprio l'attività delle costruzioni è entrata in grave
crisi nel corso degli anni '90 e non accenna a riprendersi,
in gran parte per una saturazione proprio della domanda di
abitazioni. E’ dunque probabile che nell'area il numero di
addetti del 1991 si sia oggi ridotto, anche in modo
considerevole, e che le "costruzioni" non
rappresentino più un settore portante dell'occupazione
ancora per un periodo medio-lungo.
3.7
Il settore dell'agricoltura e della zootecnia
(Tav. da 21 a
36)
Al censimento 1990 il numero di
aziende agricole dell’area interessata dal P.A.L. dei Nebrodi
(tavole 21-22) è diminuito in totale di circa 200 unità su
11.200 circa del 1982. La riduzione, pari a circa il -2%, è
dovuta principalmente alla drastica riduzione delle aziende
con sola manodopera familiare (-1.000 unità, pari a circa
il -13%), da ricondurre, almeno in parte, alla possibilità
di lavoro, anche se di tipo stagionale, nel terziario
(turismo), che ha allontanato, soprattutto i giovani, dal
lavoro agricolo, nonché all’insufficiente reddito
prodotto in queste aziende.
Le tavole 23 e
24 evidenziano un
aumento dal 1982 al 1990 di circa 1.000 ettari della
superficie agricola totale (+1,3%) dell’area, mentre la
superficie agricola utilizzata (sau) si riduce, nello stesso
periodo, di circa 600 ettari (-1%), testimoniando un
parziale abbandono delle colture agricole probabilmente
marginali. Si assiste inoltre ad una decisa riduzione delle
aziende più grandi (> di 50 ettari) che vedono diminuire
la propria sau di circa 2.000 ettari (-7%) a fronte di un
aumento consistente di quelle medie (da 10 a 50 ettari) (
sau + 1.500 ha, + 9%) e di un non significativo aumento
della superficie di quelle più piccole (< di 10 ettari).
Questo fatto può essere spiegato con la non disponibilità
delle nuove generazioni a svolgere lavori agricoli
soprattutto in zone disagiate. Le variazioni significative
avvengono quasi esclusivamente nei comuni sul mare dove
esistono maggiori opportunità di lavoro in altri settori.
Le tavole 25 e
26 indicano una
diminuzione della superficie secondo grandi classi di
coltivazione all'interno delle quali il decremento è da
attribuire ai seminativi (1.061,07 ettari, pari al -8,1%),
mentre i prati permanenti e pascoli (+557,71 ettari, pari al
+1,5%) si confermano la classe della sau più rappresentata
con 37.801,96 ettari nel 1990 nell’area a riprova del
cresciuto interesse per la zootecnia. I boschi, invece,
fanno registrare un notevole incremento (+2.186,45 ettari,
+21,8%) dovuto sia alla rivalutazione della silvicoltura
come investimento agricolo a lungo termine che non necessita
di particolari cure colturali, sia all’inserimento dei
noccioleti ormai improduttivi e/o abbandonati in questa
classe censuaria.
Dall’analisi delle tavole 27-28-29-30-34-35-36, contenenti le principali coltivazioni
praticate nel territorio in esame, risulta che i cereali
denunciano una drastica contrazione dal 1982 al 1990 sia in
termini di aziende sia di superficie (-1.800 aziende circa e
- 3.200 ettari circa) la cui probabile causa va ricercata
negli incentivi comunitari alla limitazione delle produzioni
cerealicole (set-aside); la superficie a cereali risulta
comunque tra le maggiori nell’area, rappresentando il
20,55% della sau nel 1990.
Si notano aumenti delle aziende e
della superficie delle coltivazioni ortive che, comunque,
rappresentano solo l'1,04% della sau nel 1990.
I dati sulle foraggere avvicendate
fanno registrare un aumentano sia in termini di aziende sia
di superficie; quest'ultima in particolare è quasi
triplicata tra il 1982 e il 1990, aumentando così la
superficie media per azienda dai 4,14 ettari ai 6,26 ettari
a riprova dell'acquisizione di maggiore importanza della
zootecnia che sarà evidenziata successivamente. Questo
fatto è, infatti, significativamente riscontrabile nei
Comuni a più forte vocazione zootecnica come Capizzi,
Castel di Lucio, Cesarò, e S. Teodoro dove il peso
percentuale della superficie a foraggere avvicendate è
sempre uguale o maggiore di quello delle altre colture.
Queste colture nel 1990 rappresentavano ben il 25,85% della
sau.
Rispetto all’andamento delle
superfici coltivate con le principali legnose agrarie fra il
censimento del 1982 e quello del 1990, si nota una
diversificazione sia tra di esse che tra i "Comuni sul
mare" e i " Comuni interni". Mentre
nell’area " marina" non si osservano sostanziali
modificazioni di superficie per ciascuna tipologia di
coltivazioni permanenti tra i due anni censuari, è l’area
interna che diversifica i dati totali del comprensorio nei
due periodi presi in considerazione. Infatti la superficie
coltivata a vite passa da circa 870 ettari nel 1982 ai circa
950 ettari del 1990 con un incremento di quasi il 9%, mentre
gli ettari dedicati all’uliveto mostrano un modesto
decremento (-Ha 161,1; - 1,8%) restando comunque la
coltivazione più diffusa dell’area con il 40,6% della sau
e viceversa, la superficie agrumetata si contrae
sostanziosamente passando dai circa 1.400 ettari nel 1982 ai
poco meno di 1.000 ettari del 1990 (- 30%).
La superficie coltivata a
fruttiferi, rappresentata per un buon 70% da noccioleto, pur
mostrando un andamento largamente positivo, passando dai
647,42 ettari del 1982 ai 891,47 ettari del 1990 (+ Ha
244,05; + 37,7%), ha una modesta incidenza sulla sau
(3,96%).
Non sembra in sostanza che siano in
atto al livello di legnose agrarie significative
modificazioni se non probabilmente un loro adeguamento nei
confronti dei mercati; la superficie olivetata resta
comunque quella di gran lunga più significativa
nell’area.
Il settore zootecnico, tabelle
31-32-33, ha avuto un rilevante sviluppo nell’area presa
in esame.
Tra il 1982 e il 1990, pur verificandosi un leggero calo
delle aziende con allevamenti bovini, si assiste ad un
incremento dei capi allevati (+ 20.884) di circa il 48% che
porta la media dei capi per azienda da 25 a 38.
Quest’incremento è avvenuto soprattutto, come del resto
prevedibile, nei Comuni delle zone interne e/o con terreni
più idonei all'allevamento brado e semi-brado, quali Alcara
li Fusi, Caronia, Cesarò e Mistretta.
Un altro significativo sviluppo si
osserva nell'allevamento ovino che da 15.944 capi rilevati
nel 1982 passa a 62478 nel 1990, con un forte incremento
anche del numero delle aziende, da 426 a 1.111. I capi medi
allevati per azienda aumentano passando da 37 nel 1982 a 56
nel 1990. Se a questi si aggiungono i caprini, di cui si ha
però solo la rilevazione numerica al 1990 (36.200 capi),
essendo quasi sempre allevati insieme agli ovini, si
ottengono dei greggi medi di circa 100 capi, numero ritenuto
ottimale per la gestione familiare.
Sono interessanti i dati relativi
agli equini che nel 1990 ammontavano a circa 1.500 capi, per
i quali non è possibile fare un confronto col 1982,
mancando la rilevazione. Gli equini in oggetto,
probabilmente, sono in maggioranza cavalli Sanfratellani,
una delle poche razze autoctone italiane allevate allo stato
brado o semi-brado che merita di essere conservata e
rivalutata, in particolare per la sua caratteristica di
rusticità e versatilità.
Gli allevamenti di suini, pur
avendo incrementato i capi da 4.381 nel 1982 a 7.413 nel
1990, non hanno un forte interesse economico, se non per il
mantenimento e la valorizzazione del suino nero dei Nebrodi,
ancora allevato allo stato brado e per questo fattore
utilizzato nella produzione di insaccati di particolare
pregio.
Degli allevamenti avicoli si ha
solamente il rilevamento censuario del 1990 che evidenzia il
loro concentramento nel Comune di Mistretta (circa 45.000
capi in 4 aziende) e non risulta particolarmente
interessante il loro sviluppo per le condizioni attuali del
mercato delle uova del pollame da macelleria.
Dall’analisi qui effettuata
appare evidente che il momento di forza in campo zootecnico
è rappresentato dagli allevamenti di bovini, pecore, capre
e cavalli, mentre nel campo delle produzioni agricole è
possibile rivalutare quelle più tradizionali (olivo, e
noccioleto) con adeguate politiche produttive e di
marketing.
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